Ritratto-di-Diana-Scorta

Intervista a Diana Scorta

 

Cos’hanno in comune il diritto penale minorile e il servizio ai tavoli di un ristorante stellato a Milano?
Apparentemente niente, eppure spesso l’apparenza inganna.

Ce lo spiega Diana Scorta, una studentessa di Giurisprudenza di 25 anni, che nel settembre 2017 ha fatto il suo ingresso nel team del LUME. Diana è una delle poche donne tra le sale di via Giacomo Watt 37. Diana è una di quelle persone rare, delicate e educate, che amano riflettere ma non stare sotto ai riflettori. Sciolto l’imbarazzo, si confida: “La ristorazione è un settore nel quale la presenza femminile è nettamente inferiore a quella maschile, e quella al LUME è mia la prima esperienza lavorativa in un team composto in pratica da soli uomini; entrare a far parte di un gruppo già compatto non è stato facile, soprattutto per una ragazza timida e introversa come me”. “Però l’ostacolo è più psicologico che reale”, ci tiene a puntualizzare subito Diana, “tutto lo staff di LUME mi ha accolta con entusiasmo e sostegno, e anche se i miei impegni universitari non mi permettono di vivere a pieno parte della vita del team, sono felice di fare parte del gruppo”.

Cosa ama di questo lavoro? Diana lo spiega accendendosi di entusiasmo e dalle sue parole traspare un animo gentile, che si racconta con piccole attenzioni e gesti inaspettati.
“Quello che amo del lavoro da LUME”, mi dice, “è il fatto che qui devo interpretare i bisogni dei clienti, non solamente accoglierli e servirli. LUME non è solo un bel ristorante dove cenare, ma un luogo in cui vivere un’esperienza unica, durante la quale lasciare da parte i problemi e i pensieri di tutti i giorni. Mi piace pensare che, un po’ anche grazie a me, i clienti di LUME passino dei momenti di completa serenità. Per questo cerco di entrare in connessione con loro per regalargli la serata perfetta”.

Quando le chiediamo cosa voglia “fare da grande”, Diana sorride. Frequenta l’ultimo anno di Giurisprudenza presso l’Università Statale di Milano, e sta lavorando alla sua tesi di laurea in Diritto penale minorile, per poi partecipare al concorso in magistratura. Quando le chiediamo il motivo per il quale la sua scelta, data la vastità di ambiti che tocca la Giurisprudenza, sia ricaduta in questo ambito, Diana risponde: “La connessione con le persone per me è fondamentale: molto più di chiunque altro, i minori vanno capiti, aiutati e tutelati, e questo per me è molto importante”.
Ed eccolo, il filo invisibile che lega il servizio ai tavoli di un ristorante stellato e il diritto penale minorile: è la componente umana, il rapporto e il confronto con gli altri. Con le dovute differenze, Diana spazia fra questi due mondi, fra una portata da raccontare a un tavolo e un comma del codice di procedura penale da mandare a memoria, con la stessa leggerezza.

“Cos’altro ti fa stare bene?”, le chiediamo.
“Suonare”, risponde Diana e i suoi occhi si illuminano. Ci racconta con grande affetto della passione di sua mamma per la musica metal, una colonna sonora inconsueta per l’infanzia di una bambina, che l’ha portata a innamorarsi a sua volta della chitarra. “Quando ho iniziato a strimpellare da sola avevo sette anni, inizialmente suonare era un gioco, ma presto il gioco si è trasformato in passione”: all’età di undici anni, durante le scuole medie, Diana sceglie di iscriversi alla Scuola Civica di Musica. Crescendo, cresce anche il carico di studio; Diana sceglie di frequentare il Liceo Classico e nel frattempo si iscrive in Conservatorio, dando gli esami da privatista. Ricorda con piacere quegli anni, circondata dalla bellezza del palazzo napoleonico che tuttora ospita il Liceo Classico Setti Carraro dalla Chiesa. Quando viene vietato ai privatisti di dare gli esami in Conservatorio, per un attimo Diana vede il suo sogno infrangersi, ma pur di non rinunciare alla sua passione per la musica, l’anno in cui si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza, inizia anche un percorso triennale in Conservatorio. “Quel periodo non è stato facile”, confessa: allo studio e alla musica si è aggiunta la necessità di trovare un lavoro, che le porta via tempo e forze. Ma Diana non si lascia abbattere, “Ho fatto e faccio tutt’ora quello che devo fare” dice sorridendo.

Non possiamo che ricambiare il sorriso con grande ammirazione per l’umiltà e la dedizione con le quali Diana affronta tutti i suoi impegni, senza rinunciare alle sue passioni e al suo futuro. Forse qualcuno potrebbe dire che Diana non fa qualcosa di diverso da molti suoi coetanei, ma l’atteggiamento positivo con il quale affronta le cose, rimanendo gentile e disponibile con gli altri anche nelle giornate peggiori, è davvero una cosa rara.

Leggi qui la nostra intervista a Nestor Kolie

Tags: