31 Lug Cosa hanno portato le nazionali al Mondiale dalla cucina di casa
Quando una squadra nazionale parte per un Mondiale, nei bagagli non ci sono soltanto scarpini, maglie e attrezzature mediche. Sempre più spesso viaggiano anche casse di prodotti alimentari, spezie, formaggi e persino interi team di cuochi. Per il pubblico può sembrare un capriccio da divi, ma dietro c’è una logica precisa che ha poco a che vedere con i vezzi e molto con la preparazione atletica. Il cibo, per chi gioca al livello più alto, è una variabile da controllare esattamente come il sonno, gli allenamenti e i viaggi.
Il caso più discusso del torneo appena concluso è stato quello della Norvegia. La squadra si è presentata al ritiro in Carolina del Nord accompagnata da tre cuochi e da una spedizione di ingredienti arrivata direttamente da casa, tra cui una quantità significativa di pesce. Secondo quanto confermato da uno degli chef della nazionale, Aron Espelund, il totale dei prodotti importati si aggirava intorno ai cinquecentottanta chili. Una cifra che ha fatto il giro dei social e ha generato non poche interpretazioni fantasiose.
La versione circolata online sosteneva che i norvegesi avessero fatto arrivare tutto quel cibo perché diffidavano della qualità dei prodotti americani. La realtà, spiegata dallo stesso chef, è molto meno polemica e molto più interessante dal punto di vista gastronomico. La ragione è la continuità. I giocatori sono abituati a determinati prodotti e a determinati sapori, e ritrovarli lontano da casa contribuisce sia all’alimentazione sia al benessere generale in una competizione lunga e stressante. Il resto della spesa, va detto, è stato fatto sul posto, utilizzando ingredienti locali di ottima qualità. Nessun rifiuto della cucina americana, dunque, ma un lavoro di equilibrio tra ciò che è familiare e ciò che il territorio offre.
Chi si occupa di nutrizione sportiva conferma che questa non è un’eccezione, ma una prassi consolidata. L’obiettivo non è giudicare il cibo del paese ospitante, bensì eliminare le variabili inutili durante la competizione. Portare uno chef e ingredienti conosciuti a un grande torneo è ormai logistica ordinaria, orientata alla prestazione. Gli atleti si allenano, viaggiano e giocano con intensità estrema, spesso più volte in pochi giorni, affrontando anche cambi di clima e di fuso orario. In queste condizioni il controllo di ciò che finisce nel piatto diventa parte integrante della strategia sportiva.
Oggi la maggior parte delle nazionali viaggia con cuochi e nutrizionisti al seguito, trattando l’alimentazione con la stessa serietà riservata agli allenamenti. L’Inghilterra, per esempio, si sposta da tempo con il proprio chef personale. L’Argentina, dal canto suo, ha abitudini che la accompagnano ovunque: il mate è praticamente inseparabile dai giocatori, e l’asado, il barbecue di carne di manzo, chorizo e salsicce, viaggia con la squadra in ogni trasferta. Non si tratta soltanto di gusto, ma di rito collettivo, di un momento che tiene unito il gruppo lontano da casa.
Interessante notare che le regole si allentano subito dopo le partite. Nelle ore successive al fischio finale, sui tavoli compaiono hamburger e pizza, utilizzati per aiutare i giocatori a recuperare energie rapidamente. È un dettaglio che smonta l’immagine di atleti perennemente a dieta ferrea: la disciplina alimentare è rigorosa nei giorni che precedono la gara, ma dopo lo sforzo il piacere del cibo torna ad avere il suo spazio, e nessuno storce il naso davanti a una teglia fumante.
Questa attenzione maniacale non è nata di recente. Nelle edizioni passate del torneo, diverse nazionali hanno costruito una vera reputazione attorno alle proprie abitudini gastronomiche. L’Italia, quando partecipava alle fasi finali, portava con sé parmigiano, olio d’oliva e prosciutto, e la cura per il dettaglio culinario era da sempre parte dell’identità azzurra, con una particolare intransigenza sulla qualità della pasta. Il Messico, in occasione di quei tornei, viaggiava con gli ingredienti per il pozole, insieme a peperoncini, chipotle e nopales, ovvero i cactus tipici della sua cucina. Gli Stati Uniti, in quelle stesse edizioni, si portavano dietro fiocchi d’avena, cereali, burro d’arachidi e persino la salsa per la bistecca. Anche il Giappone ha una storia curiosa alle spalle, con un cuoco che ha seguito la nazionale per cinque Mondiali consecutivi e che nei tre giorni precedenti ogni partita serviva sempre lo stesso identico menù, convinto che modificarlo avrebbe portato sfortuna.
Questi episodi, per quanto legati a tornei ormai lontani, raccontano qualcosa che vale ancora oggi. Il cibo di casa non serve solo a nutrire, ma a rassicurare. Un profumo familiare che arriva dalla cucina del ritiro può fare più di mille discorsi motivazionali. Ricorda ai giocatori chi sono, da dove vengono e per chi stanno giocando. In un albergo anonimo dall’altra parte dell’oceano, un piatto conosciuto diventa un piccolo pezzo di patria.
C’è poi un aspetto che riguarda tutti noi, non solo gli atleti. La stessa logica che spinge una nazionale a caricare centinaia di chili di prodotti su un aereo è quella che porta chiunque viva all’estero a cercare disperatamente il pane giusto, il caffè giusto, il formaggio che sa di infanzia. Il gusto è una forma di memoria, e la memoria ha bisogno di essere alimentata. Non è nostalgia sterile, è un modo per restare se stessi in un ambiente che parla un’altra lingua.
Ed è esattamente per questo che un ristorante vero, ovunque si trovi, fa un lavoro che va oltre la semplice preparazione dei piatti. Custodisce sapori, tramanda gesti, tiene in vita un modo di stare a tavola. Le nazionali portano i loro cuochi ai Mondiali per la stessa ragione per cui certe ricette non si toccano da generazioni: perché il cibo, quando è fatto come si deve, non riempie soltanto lo stomaco. Costruisce appartenenza. E quel senso di casa, a quanto pare, vale la pena di spedirlo dall’altra parte del mondo.